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Siamo nel paese di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi, del G8 di Genova. Davvero stiamo consigliando alla polizia di usare più violenza sulla popolazione?

di Giuseppe Cassarà

Dobbiamo darci una calmata, tutti, prima di trasformarci in mostri. Scorrendo i social si cominciano a vedere degli effetti negativi di questo esageratissimo patriottismo che infiocchetta i nostri balconi di tricolori: oggi, per esempio, girava in rete il video di un 19enne di Treviso arrestato dalla polizia: il ragazzino – sbagliando – aveva violato la quarantena, e risponde con fare aggressivo agli agenti che alla fine lo arrestano.

È una scena drammatica: un ragazzino è stato arrestato perché stava camminando. La polizia ha ovviamente fatto bene a fermarlo e, per quanto riguarda l’oltraggio a pubblico ufficiale, l’arresto sarebbe scattato anche senza il coronavirus. Non è il comportamento dei poliziotti a farmi paura, ma le reazioni dei commentatori social (e anche chi ha girato il video, onestamente. Come se non stesse aspettando altro).

“Avrebbero dovuto sbattergli la testa contro gli sportelli, così capiva”. “Ammazzatelo sto stronzo”. “Coglione, muori”, “Sparategli alle gambe, così gli passa la voglia”.

Siamo nel paese di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi, del G8 di Genova. Davvero stiamo consigliando alla polizia di usare più violenza sulla popolazione? Va bene, c’è chi non rispetta il divieto. Io stesso li ho chiamati imbecilli. Ma in quel caso, mi permetto questa autodifesa, era leggermente diverso: era appena stata dichiarata la quarantena, e i locali di Roma erano ancora pieni di allegri untori. Questa è imbecillità, questa è irresponsabilità.

Quella di un 19enne è immaturità. Non penso che noi tutti, a 19 anni, avremmo attraversato questa quarantena senza mai pensare a uno strappo alla regola. Ma pure a 20, a 30, a 60 anni: stare a casa ci ha stufato tutti. Poi, per la maggior parte di noi, per fortuna, subentra il senso di responsabilità, subentrano la paura e il dolore che ci danno le immagini da Bergamo e dalla Lombardia. Ma sarebbe da ipocriti affermare di aver rispettato pedissequamente le nuove regole fin dall’inizio, di non aver architettato, anche solo per un secondo, uno stratagemma per poter rivedere un fidanzato, per sgranchirci le gambe, per fumare una sigaretta al parco, per uscire dalla convivenza forzata con i nostri svariati coinquilini. Siamo umani. Faremmo meglio a non scordarcene, specie quando invochiamo a gran voce l’esercito, come se l’autorità fosse l’unico modo per tenerci buoni.

D’altronde, l’italiano questo desiderio morboso di imposizione lo possiede da sempre; e si dimentica che dal Coronavirus ne usciremo, prima o poi, ma dai suoi strascichi, da questo rancore che stiamo lasciando libero di esprimersi contro i passanti per strada, da questo odio non sarà così facile liberarsi. Anche perché, come si dice, l’odio è cieco, e colpisce a casaccio. Lo dimostra questa storia, agghiacciante, che leggo su twitter: “Torino, adesso. Urla dal balcone. Insulti verso la strada. ‘Stattene  a casa!’. Chiedono di mostrare la certificazione, come poliziotti,  dal quarto piano. A chi? A una commessa che, piena di paura, sta andando a fare il suo turno”.

Facciamo molta, molta attenzione a quello che desideriamo, specie in tempi così incerti e confusi, senza un futuro che sia chiaro o evidente. Coltiviamo la calma e la compassione, senza rendere l’aria ancora più pesante. O almeno proviamoci, perché il futuro che si prospetta davanti a noi se continuiamo di questo passo fa più paura del Coronavirus.

Globalist