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A Roma cristiani e musulmani pregano insieme per un bambino morto…

di Pietro Piovani

A Monteverde è morto un bambino e nessuno riesce a darsi pace. Aveva 9 anni, era nato a Roma da una famiglia bengalese, si chiamava Shimanto, un fringuellino intelligente e generoso. Un tumore rarissimo gli ha portato via prima una gamba poi tutto il resto. Per lui la comunità musulmana ha tenuto un rito funebre nei locali dell’associazione culturale islamica di Circonvallazione Gianicolense. Prima che la cerimonia avesse inizio, all’ingresso si è radunata una folla imprevista: erano gli amici di Shimanto e della sua famiglia, i compagni di classe con i genitori, le maestre che nei mesi scorsi si erano fatte in quattro per aiutare il loro alunno.

Davanti a tanta gente silenziosa e commossa il presidente dell’associazione islamica ha preso una decisione inattesa: facendo un’eccezione alle regole, ha deciso di far entrare tutti, anche le donne e i bambini. In un seminterrato del Gianicolense musulmani e cristiani hanno pregato insieme, ognuno con le sue preghiere, «sono un servo di Allah e sto ritornando a lui», «l’eterno riposo dona a lui Signore». Piedi scalzi sui tappeti, occhi gonfi di pianto, abbracci dolorosi e sorrisi di gratitudine, con la consapevolezza di partecipare a un avvenimento importante, spazzando via le diffidenze, i sospetti, i mormorii da cui è sempre stato circondato questo luogo che il quartiere semplificando chiama “la moschea”. Un grande regalo che Shimanto ha fatto a Roma, la sua città.

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