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Afghanistan, tra attentati e taleban il Covid è il rischio che fa meno paura

Medici nella struttura ospedaliera provinciale di Herat analizzano la radiografia di un anziano paziente ricoverato per i sintomi del Covid: da febbraio a oggi si sono registrati 53.500 con 2.300 decessi – Dr.Rahimi

Mentre ogni giorno la gente muore per gli attentati e gli scontri armati si diffonde anche il virus. E la popolazione non ha accesso alle cure, nemmeno per la tubercolosi e altre malattie

di Francesca Ghirardelli

Qui il Covid-19 si deve mettere in fila, attendere il proprio turno, perché altri flagelli più antichi e radicati hanno la priorità: per l’Afghanistan sabato scorso si è aperto il secondo round dei colloqui di pace e sembra ora arrivato il momento di discutere di questioni rilevanti come il cessate il fuoco e la condivisione del potere, eppure in diverse province del Paese gli scontri tra taleban ed esercito di Kabul proseguono, lasciando sul terreno anche vittime civili.

L’ultimo drammatico evento risale a sabato: un attacco aereo delle forze governative su obiettivi che avrebbero dovuto essere taleban ha, invece, colpito 14 membri di una stessa famiglia, donne e bambini compresi, nella provincia di Nimroz. Per dimostrare che non si trattava di miliziani, i parenti delle vittime hanno portato i corpi nel capoluogo della provincia, chiedendo giustizia.

Ai rischi del conflitto si aggiungono quelli di matrice terroristica, in un moltiplicarsi di uccisioni mirate di giornalisti, attivisti per i diritti, funzionari del governo. «Ogni giorno siamo testimoni di attacchi con ordigni esplosivi, e la conta delle vittime cresce per colpa degli insorti, prima che per il Covid», dice al telefono il dottor Tariq Ahmad Akbari, primario all’Ospedale afghanogiapponese di Kabul, che all’inizio della pandemia era la sola struttura Covid del Paese.

L’ultimo caso in ordine di tempo è avvenuto domenica: un’auto è stata fatta saltare uccidendo il portavoce di un servizio di sicurezza del ministero degli Interni e due colleghi. Il 2021 si è aperto con l’assassinio di un giornalista radiofonico (il sesto in due mesi) mentre il 24 dicembre era toccato a una giovane attivista per i diritti delle donne e il giorno precedente a uno del Free and Fair Elections Forum (Fefa) per il monitoraggio elettorale.

«Quando si hanno altri problemi, come la violenza, la necessità di procurarsi il cibo e la scarsità di energia elettrica, si presta meno attenzione a un virus »,

prosegue Akbari, che di contagi comunque ne ha visti parecchi. Il suo ospedale ha contato 32mila casi sospetti e 500 decessi. «Sono un medico, certo, ma come cittadino afghano so bene che la popolazione ha altre priorità perché i drammi sono enormi».

La seconda ondata di pandemia è stata «più seria della prima – racconta – ma il tasso di mortalità e il flusso dei pazienti sono stati meno pesanti forse grazie all’apertura di altri Covid hospital: oggi ciascuna delle 34 province ne ha uno».

Il basso numero di contagi accertati da febbraio a oggi, 53.500 con 2.300 decessi, lascia però più che altrove l’impressione che moltissimi casi sfuggano al conteggio. «Nelle aree dove non c’è accesso a strutture ospedaliere si muore senza diagnosi.

Nei territori taleban, poi, al governo non è permesso raggiungere la popolazione, malgrado un accordo sottoscritto tra le parti in ambito sanitario, rimasto sulla carta. Io provengo dalla città di Ghazni, sotto influenza taleban: laggiù si muore senza sapere se sia per Covid o no». Dalla provincia che ha registrato il primo caso, quella di Herat, ci risponde il dottor Anasul Haq Rahimi dell’Agenzia per l’Assistenza e lo Sviluppo (Aada) e vicedirettore tecnico di un progetto del ministero della Salute di cui è coordinatore Covid per quel territorio.

«C’è anche una questione culturale per la quale si è poco propensi a sottoporsi ai test: si teme la stigmatizzazione. E c’è il fatto che i tamponi sono destinati agli over 50 o a pazienti affetti da malattie croniche, mentre per gli altri si prevedono quarantena domiciliare e trattamenti clinici. Oggi l’equipaggiamento è migliore rispetto alla prima ondata, abbiamo più Dpi, ossigeno e Cpap grazie a Unicef e Banca mondiale e c’è più formazione».

Intanto, però, il virus sferra i propri colpi anche fuori dai reparti ospedalieri, con un impatto grave sulla già precaria sicurezza alimentare: tra marzo e dicembre il prezzo della farina è aumentato dell’11%, quelli di olio e riso del 36% e 21%.

In un drammatico circolo vizioso, il Covid-19 riesce anche a insinuarsi nelle dinamiche violente di un conflitto che in alcune regioni va acuendosi, provocano nuovi sfollati: secondo il governo 45mila famiglie sono state costrette a spostarsi per gli scontri nel 2020. «In situazioni affollate come quelle – conclude il dottor Akbari – le infezioni si diffondono più facilmente. E anche in questo caso, tra tubercolosi e altre malattie, il Covid è solo uno dei rischi possibili».

Avvenire

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