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Che cos’è successo a Srebrenica l’11 luglio 1995

Una donna accarezza i nomi delle 8 mila vittime del genocidio di Srebrenica

Chi è sopravvissuto a Srebrenica, non può avere sentimenti in corpo”. Il detto locale, che lascia immaginare a quali orrori abbiano assistito i testimoni, è riportato da Paolo Rumiz nel suo ‘Maschere per un massacro’, il libro-denuncia sulla guerra nell’ex Jugoslavia scritto nel 1996, l’anno successivo a quello del “peggior genocidio sul suolo europeo dalla fine della Seconda Guerra mondiale”.

L’11 luglio del 1995, la Guerra in Bosnia durava già da tre anni e da due Srebrenica, enclave serba in territorio bosniaco, era stata definita “area di sicurezza” ed era controllata dalla Forza di protezione delle Nazioni unite: in particolare, dai “Caschi blu” olandesi. Doveva essere il sicuro approdo dei civili in fuga dai combattimenti tra il governo bosniaco e le forze separatiste serbe. Oltre ai quasi 40 mila residenti, vi erano ospitati, in quell’estate di 25 anni fa, 20 mila profughi di religione musulmana, mentre la “protezione” internazionale era rappresentata da qualche centinaio di soldati olandesi, che furono facilmente travolti dalle truppe dell’esercito serbo di Radko Mladic. È però controversa la ricostruzione sul ruolo dei “caschi blu”.

La loro inazione, dovuta al fatto che le risoluzioni Onu votate fino a quel momento non davano alla Forza di protezione i mezzi per agire, è stata successivamente giudicata come “corresponsabile” del massacro da un tribunale olandese. Dopo aver battuto le forze “di protezione”, i soldati e i poliziotti serbi radunarono tutti gli uomini di età compresa fra 12 e 77 anni, circa 8 mila quasi tutti civili e musulmani, li fucilarono e seppellirono in fosse comuni. Donne, anziani e bambini, circa 20 mila, furono invece deportati e moltissimi furono gli stupri e le violenze.

Solo oltre vent’anni dopo i fatti è stato possibile portare a giudizio i responsabili delle atrocità commesse durante la guerra bosniaca. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha condannato per crimini di guerra 62 serbi di Bosnia, fra i quali anche il generale Ratko Mladic, che sconta l’ergastolo in quanto colpevole di “genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio e trattamento disumano nell’area di Srebrenica”. Furono condannati anche l’ex leader politico Radovan Karadzic per genocidio e l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic, morto durante il processo, per “genocidio, crimini contro l’umanità, gravi violazioni della convenzione di Ginevra e delle leggi di guerra”.

Ma se la giustizia internazionale ha ufficialmente definito quanto successo a Srebrenica 25 anni fa come un “genocidio”, in Bosnia e Serbia sono ancora molti a negare quanto accaduto. Lo stesso sindaco serbo di Srebrenica, citato da AFP, Mladen Grijicic, ha detto che “tutti i giorni ci sono nuove prove che negano l’attuale rappresentazione di quanto accaduto”. A quelli che definisce “revisionisti” ha risposto oggi il presidente del Consiglio europeo Charles Michel: “Solo quando tutti i leader riconoscono i crimini commessi il popolo può guarire ed essere unito. Sia l’Unione europea che i Balcani occidentali hanno mostrato un’enorme solidarietà, considerazione e cura reciproca. Questo ci dà motivo di speranza. Oggi condanniamo il genocidio a Srebrenica. Dobbiamo rimanere vigili e sfidare l’odio e l’intolleranza, in Europa e nel vostro paese”.

Dalle fosse comuni sono stati finora recuperati e identificati meno di 7 mila degli oltre 8 mila morti; gli ultimi nove sono stati sepolti proprio in occasione del 25/mo anniversario della strage.

La guerra in Bosnia ha provocato almeno 26 mila vittime civili, di cui oltre 22 mila musulmani, circa un migliaio di croati e poco più di 2 mila serbi. I musulmani, che rappresentavano prima del conflitto il 44% della popolazione bosniaca, erano invece l’80% delle vittime.

AGI