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Congo, donne in ostaggio della guerra dell’oro

Sono le prime vittime della bande armate che si contendono i giacimenti della provincia centro-orientale di Maniema. L’allarme di Msf: «Curiamo ogni giorno, in media, tre persone violentate»

di Lucia Capuzzi

Arrivano a piedi, sole, con gli occhi passi e il passo incerto. Il flusso è incessante. Ogni giorno, da gennaio, l’équipe di Medici senza frontiere (Msf) di Salamabila, nella provincia di Maniem, nel Congo centro-orientale, ha curato in media tre vittime di stupro, per un totale di oltre mille. Il numero reale potrebbe essere molto più alto perché spesso la violenza viene tenuta segreta per timore di ritorsioni da parte dei responsabili o del rifiuto dei familiari. «Gli stupri a Salamabila sono diventati quotidiana», ha denunciato ad Avvenire il capo-missione, Carlos Francisco. Le donne sono i principali “danni collaterali” della guerra dell’oro. Epicentro del conflitto il giacimento del Monte Nomoya, conteso da gruppi armati.

Milizie al soldo di politici, interessi stranieri, potentati economici locali, militari. L’incursione più recente è dell’11 novembre. «È stato solo l’ultimo esempio della violenza che la popolazione dell’area subisce da anni. Anche quando non ci sono attacchi, gli uomini armati entrano nei villaggi, rubano il poco che la gente ha e stuprano le donne», ha sottolineato Francisco. Nell’Est del Paese si concentrano le risorse minerarie, dall’oro al coltan ai diamanti. Il metallo è stato il motore della guerra civile tra il 1998 e il 2003, la più letale nella storia del Continente. Con la fine del conflitto, la violenza non è terminata, bensì ha mutato pelle. Le formazioni si sono trasformate in bande armate anarchiche, il cui unico obiettivo è l’accaparramento dei minerali. Come affermato in un recente rapporto dell’Onu, tutti – dal governo ai ribelli – sono coinvolti nel traffico dell’oro che ha tra i principali compratori Emirati Arabi, India e Libano.

Nell’Est del Congo si concentrano le risorse minerarie – Msf

Sono le milizie a controllare le miniere artigianali, dove lavorano almeno 200mila persone, spesso bambini. Un business da mezzo miliardo di dollari l’anno in base alle stime più accreditate. «Le bande proliferano perché le istituzioni sono assenti», dichiara Francisco. In assenza di controlli, anche i militari inviati a presidiare spesso restano invischiati nel traffico. «Nessuno protegge i civili. Soprattutto le donne. In molti conflitti africani, lo stupro viene impiegato sistematicamente come arma di guerra, per terrorizzare le comunità e disgregare il tessuto sociale. A Salamabila assistiamo a un’inquietante evoluzione del fenomeno: la violenza è mera dimostrazione del potere delle armi. Ogni miliziano con una pistola sa di poter stuprare e di restare impunito».

Avvenire

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