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La bimba accudita e la solidarietà di Trapani a una mamma migrante…

Lo scatto

“Lascia a noi la tua bambina, lasciala qui sotto l’ombrellone, che giochi coi nostri. Mangerà con noi mentre tu continui il tuo lavoro, al ritorno la riprendi…”

di Onofrio Dispenza

I miei occhi e l’obiettivo di Lillo Rizzo, fotografo, sono amici. Amano osservare e raccontare le stesse cose. Spesso si scambiano piccole storie.
Perchè come spesso accade è nelle piccole cose che ci sono i messaggi più forti. Lillo mi segnala il post di un suo amico, Lorenzo, che racconta di quel che gli hanno raccontato Desirè e Gabriella, tornando dalla spiaggia. Un post che questa mattina aveva già raccolto quasi 70mila “mi piace” e una serie infinita di commenti, di altri racconti. Storie su storie, una di seguito all’altra, a scrivere pagine belle di un libro nuovo che ci sorprende. Usciti come siamo, forse, da un horror che ci ha tolto il sonno, Storie che ci dicono che c’è speranza. Trapani, sono le 13, famiglie sotto l’ombrellone, bambini che chiedono “Quando si mangia?”.

Lungo la spiaggia, sulla fascia compattata dall’acqua, dove è più facile camminare, una donna africana viene avanti con una pesante cesta sul capo piena delle cose che spera di vendere ai bagnanti. Legata alle spalle, la sua bambina, poco più di due anni. Così fanno le donne africane mentre lavorano. Fa caldo e a quell’ora mamma e figlia hanno già diverse ore di su e giù sulla spiaggia. La donna si è fermata da alcune donne che le vanno incontro, le offrono dell’acqua, acqua pure per la piccola.
Mamme che si conoscono, ormai: “Lascia a noi la tua bambina, lasciala qui sotto l’ombrellone, che giochi coi nostri. Mangerà con noi mentre tu continui il tuo lavoro, al ritorno la riprendi…”.

E la mamma nera affida la sua piccola ad altre mamme. Un saluto, un sorriso, un grazie, e continua il suo lavoro,che si fa più leggero, sgravata del peso sulle spalle. La bambina gioca con gli altri bambini, in acqua e sulla spiaggia, sotto gli occhi vigili delle mamme, poi tutti a tavola nel ristorante che si affaccia sulla spiaggia. Più tardi la mamma nera passerà a riprendere la sua piccola. Un abbraccio tra mamme, baci tra bambini, un ciao in coro, domani sarà un altro giorno. Dei giochi in acqua tra bambini, rimane anche una foto. Per ricordare. Per ricordarci quanto siamo stupidi. Ed è così che la piccola storia ne tira fuori tante altre.
C’è chi racconta di un’altra spiaggia, e posta la foto delle sue bambine, Marta e Alice, con al centro un amichetto di genitori africani, pure lui lasciato a giocare sotto gli occhi vigili dei genitori delle bambine. E ancora racconti, come quello di un incontro, sempre in spiaggia, tanti anni fa, con un bambino che cominciò a giocare coi propri bambini.

Ora quel bambino ha vent’anni ed è rimasto amico di quei bambini che lo accolsero sotto l’ombrellone. E poi, su tutti, il racconto di zia Caterina. Quando cominciò a fare una spesa poiù ricca del solito e il fruttivendolo le chiese perchè tanta frutta e tanta verdura se era sola. Lei rispose:“Ho affittato una casetta a tre ragazzi arrivati dall’Africa, avranno 17, 20 anni. Lavorano tutto il giorno e la sera faccio trovare loro qualcosa da mangiare. Con un minestrone e la frutta sono sicura che resto dentro le regole della loro religione…”. La zia Caterina non ha dimenticato: tre suoi figli da ragazzi furono costretti ad emigrare in Germania. Ricorda che ogni giorno si svegliava e andava a dormire pensando a loro. E la notte li sognava.
Angosciata, sperava che in Germania ci fosse una mamma che potesse avere per loro la cura che lei non poteva. “Ecco perchè, ecco perchè il mio cuore dice che devo farlo…Sono figli…”

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