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‘La mia Africa’ del giovane ambasciatore e il Congo della ‘Guerra mondiale africana’

Il giovane ambasciatore a Kinshasa Luca Attanasio ucciso sulle strade Nord Kivu insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo. In viaggio in una regione insidiosa, senza scorta, per visitare la scuola di un progetto Onu contro la malnutrizione infantile. È lo stesso organismo dell’Onu a precisare come l’itinerario fosse considerato sicuro, tanto che le autorità avevano autorizzato il viaggio «senza scorta armata».
Ma la N2, che attraversa il Parco nazionale di Virunga, il parco dei vulcani e dei gorilla di montagna, una strada sicura non lo è mai stata. Solo il 6 gennaio un imboscata con rangers del parco uccisi. Ora lo scaricabarile sulla scorta mancata.
Una miriade di bande ‘Mai-Mai’, le milizie irregolari sorte a decine nel tempo che è seguito alla ‘Guerra mondiale africana’. Principali indiziati per l’attacco al convoglio del Wfp, i jihadisti dell’Alleanza delle forze democratiche e i ruandesi

La ‘guerra mondiale africana’
La chiamano la ‘guerra mondiale africana’, 26 anni di massacri e 5 milioni di morti dal 1994, con l’esodo di decine di migliaia di hutu dal Ruanda, alla fine del genocidio che in quel Paese causò quasi un milione di vittime. «Da allora, in quel territorio, si sono scontare truppe congolesi, ugandesi, ruandesi, keniane e libiche, ognuna di esse spalleggiate o osteggiate da una decine di gruppi ribelli o paramilitari il cui obiettivo principale è il controllo delle immense risorse naturale dell’aerea», spiega Pietro Del Re su Repubblica.
17 mila presenze Onu che lasciano il dubbio
«Certo fa riflettere la stranezza di una delegazione con alti rappresentanti internazionali che viaggia sotto l’egida del World Food Programme ma senza l’ombrello di sicurezza della Monusco, la missione delle Nazioni unite attiva dal 1999 nella regione –osserva Marco Boccitto sul manifesto-, la più consistente forza multinazionale Onu del mondo, con oltre 17 mila uomini dispiegati».
«Una missione detta di «stabilizzazione» dall’esito a dir poco incerto, con un rapporto non sempre sereno con le popolazioni locali e l’inevitabile prezzo di vite umane versato a una situazione in cui di stabile c’è solo la più totale instabilità».

Instabilità politica e terre da preda
Assenza cronica dello stato centrale che si auto esclude in mille crisi mille miglia più a sud, a Kinshasa. Il governo traballante di Felix Tshisekedi, che ha appena sciolto la coalizione con cui governa dalla sua tribolata elezione nel 2018. Prima lo sbigottimento, nessuno sapeva, ora lo scaricabarile, nessuna richiesta di protezione. Quale protezione, e di chi’? Governo o Nazioni unite? E chi la protezione avrebbe dovuto chiederla.
Il ministro dell’Interno Aristide Bulakali Mululunganye dichiara che «né i servizi di sicurezza, né le autorità provinciali hanno potuto assumere particolari misure a protezione del convoglio in assenza di informazioni sulla sua presenza in un’area instabile e teatro dell’attivismo di gruppi ribelli nazionali e stranieri».

I presunti responsabili dell’attacco
Kinshasa, a scanso di responsabilità proprie, accusa frontalmente le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, uno degli oltre 100 gruppi armati attivi nella zona, eredità del genocidio Hutu-Tutsi nel vicino Ruanda. Ma –precisa Boccitto-, «resta plausibile anche l’ipotesi formulata in principio di una responsabilità delle Forces démocratiques alliées (Fda, o Afd)), gruppo jihadista di matrice ugandese, di cui l’Isis si è spesso intestato le azioni». «L’ultima strage avvenuta in questa zona risale solo a un mese fa, quando in un villaggio della zona di Irumu sono stati uccisi circa 50 civili, tutti membri della già normalmente martoriata minoranza dei pigmei».

Dai ribelli ruandesi ai jihadisti, oltre 100 gruppi armati
Anche fantasmi dell’ex Isis del Califfo nella guerra permanente nella Repubblica democratica del Congo. Le ‘Forze democratiche alleate’, vicina all’Islam salafita, nata a metà degli anni ’90 nel vicino Uganda, che hanno aderito alla logica terroristica sostenuta dallo Stato Islamico». Secondo i dati pubblicati dal Congo Study Group nel 2019 sono circa «125 i gruppi armati che operano nelle sole regioni del Nord Kivu e del Sud Kivu, e tra questi circa la metà sono ancora attivi». E la Repubblica democratica del Congo è diventata «terreno fertile per i gruppi jihadisti, a causa delle ricchezze minerarie, della povertà diffusa e delle numerose rivolte nelle regioni di Béni e Butembo in particolare».

Gruppi Mai-Mai e missione Munisco’
I Mai-Mai, più di cinquanta gruppi di milizie locali nati per combattere gli invasori ugandesi o ruandesi. E altri gruppi armati stranieri che operano negli altopiani di Uvira, nella provincia del Sud Kivu, al confine con il Burundi, alcuni dei quali sono supportati dal governo ruandese. Tutti questi gruppi hanno in comune lo sfruttamento della popolazione civile e le ricche risorse minerarie. «Anche per questo motivo che nel 2010 l’Onu ha attivato la missione ‘Monusco’ –ricorda Stefano Mauro-,, c oltre 16mila caschi blu inviati con l’obiettivo ‘di difendere i civili e consolidare la democrazia in Congo’, anche se i risultati per una soluzione del conflitto sembrano lontani».

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REMOCONTRO

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