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La sofferenza di Nazanin e il vaccino contro la brutalità che serve all’Occidente

Torturata per mesi e ancora ostaggio del ricatto di Teheran, l’odissea di Nazanin Zaghari-Ratcliffe ci impone di ripensare l’eterno contrasto tra diritti e ragione di Stato

di Michele Valensise

Di questi tempi oltre che contro il Covid, priorità assoluta, dovremmo vaccinarci contro la brutalità di uomini e governi che sembrano usciti dalle caverne e invece vivono e agiscono tra noi. Cinque anni fa all’aeroporto di Teheran la polizia dei mullah arrestò una giovane donna anglo-iraniana in rientro a Londra dal marito inglese dopo aver visitato la sua famiglia. Fu accusata di spionaggio e rinchiusa in carcere dove le è stato inflitto un isolamento totale per lunghi mesi. Ha sofferto pesanti torture, bendata, ammanettata, incatenata al letto, bombardata giorno e notte da luci accese, sottoposta a interrogatori estenuanti.

Nazanin Zaghari-Ratcliffe, impiegata alla Bbc Media Action, fondazione della Bbc di charity per lo sviluppo, aveva trentotto anni, sua figlia un anno. Da poco è uscita dal carcere ma è tuttora in Iran, agli arresti domiciliari, in attesa di un nuovo processo per propaganda illegale, di cui si ignorano tempi e modalità.

Non è un caso unico, in Iran altri doppi cittadini subiscono trattamenti analoghi. A Zaghari-Ratcliffe però è successo qualcosa di inedito. Su impulso dell’International Rehabilitation Council for Torture Victims, due rinomati esperti internazionali associati nell’Independent Forensic Expert Group (Ifeg) sono riusciti a raccogliere a distanza la testimonianza della donna insieme a una serie di dati e prove inoppugnabili.

Nel suo rapporto l’Ifeg fa stato di prolungate sevizie fisiche e psicologiche di cui la donna è stata vittima durante la detenzione, con crudeltà e minacce di tutti i generi da parte dei suoi carcerieri, che la hanno ridotta in uno stato di grave prostrazione psico-fisica. Il Times parla senza mezzi di “trattamento barbaro” e accusa il governo britannico di timidezza nel chiederne conto alle autorità di Teheran. Boris Johnson ha sollevato la questione con Rohani, ma sembra che prima di discutere della sorte della donna gli iraniani vogliano intascare un vecchio credito di quattrocento milioni di sterline, che vantano nei confronti del Regno Unito per una fornitura asseritamente pagata dall’Iran e non eseguita dagli inglesi. Insomma, denaro in cambio della libertà di un ostaggio.

Con una nota scende in campo anche il Foreign Office, credo preoccupato che la vicenda possa costituire un precedente, molto pericoloso, per i tanti cittadini britannici sparsi ai quattro angoli del pianeta. In effetti, se le dispute commerciali internazionali dovessero essere affrontate torturando donne e uomini del Paese ritenuto inadempiente, non segnaleremmo questo sviluppo tra le mete più gloriose raggiunte dall’umanità.

Ora c’è da augurarsi che nella vicenda di Nazanin Zaghari-Ratcliffe dopo tanta angoscia si apra uno spiraglio che le restituisca, anche se troppo tardi, la dignità strappatale con violenza. E poi si intravede un’altra ragione per rammaricarsi della Brexit: con Londra nell’Ue, forse anche l’Europa avrebbe potuto far sentire la propria voce (come purtroppo non ha fatto per Giulio Regeni).

Ma non basta. C’è spazio e necessità di ripensare all’eterno contrasto tra diritti e ragione di Stato, reinquadrarlo con equilibrio innanzitutto nella nostra parte del mondo, che si vuole più avanzata e garantita, senza fughe in avanti oniriche, ma al di là della sufficienza di chi alza le spalle e bisbiglia da falso esperto che le cose sono sempre andate così, a tutte le latitudini.

Se le circostanze ci indurranno ad accorciare le catene del valore e al reshoring, al rimpatrio, di attività e iniziative che avevamo previsto, forse con qualche eccessiva leggerezza, di sviluppare in aree lontane e diverse, al momento del ripiegamento verso lidi più domestici sarà bene non lasciare a terra la valigia dei diritti. Lì dentro c’è molto della nostra storia e della identità occidentale. Non si tratta di imporla, ma di promuoverla sì e di condividerla, senza troppi salamelecchi, anche con chi ha più difficoltà e meno interesse ad ascoltarci. Tra il Principe di Niccolò Machiavelli e Imagine di John Lennon sta a noi trovare una sintesi credibile.

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