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L’Amazzonia brucia: Terra senza difese contro il riscaldamento globale…

Gli incendi diffusi hanno trasformato il giorno in notte a San Paolo e hanno provocato, secondo il servizio Copernicus sui cambiamenti climatici dell’Unione europea, un netto picco delle emissioni di monossido di carbonio e di anidride carbonica in atmosfera, all’origine dell’effetto serra.


di Elena Comelli

La foresta amazzonica sta bruciando a un ritmo senza precedenti. L’Istituto nazionale di ricerca spaziale (Inpe) del ministero della Scienza brasiliano, sostiene che in base ai dati satellitari quest’anno c’è stato un aumento dell’84% rispetto allo stesso periodo del 2018.

Nell’ultima settimana sono stati rilevati oltre 9.500 incendi, per un totale di 74.000 da gennaio ad agosto 2019. Gli incendi diffusi hanno trasformato il giorno in notte a San Paolo e hanno provocato, secondo il servizio Copernicus sui cambiamenti climatici dell’Unione europea, un netto picco delle emissioni di monossido di carbonio e di anidride carbonica in atmosfera, all’origine dell’effetto serra. È una prova generale di quello che succederebbe all’atmosfera terrestre se l’Amazzonia, che fornisce il 20% dell’ossigeno al mondo, andasse in fumo.

Il bacino amazzonico è la più grande foresta pluviale del pianeta e continene il 40% delle foreste tropicali del mondo. Tra il 10 e il 15% della biodiversità globale abita qui. Gli incendi di questo mare di alberi sono particolarmente allarmanti poiché gli alberi sono la prima linea di difesa del pianeta contro il riscaldamento globale. In base a uno studio del Politecnico di Zurigo, piantando mille miliardi di alberi potremmo rimuovere i due terzi di tutte le emissioni climalteranti causate dall’uomo. Invece stiamo andando nella direzione diametralmente opposta.

All’origine degli incendi, chiariscono i ricercatori brasiliani, non c’è la siccità, ma l’opera dell’uomo, deciso a sgombrare il terreno per nuove colture. «Non c’è nulla di anormale nel clima di quest’anno o nelle piogge nella regione amazzonica, che sono solo un po’ al di sotto della media», spiega Alberto Setzer dell’Inpe. «La stagione secca crea le condizioni favorevoli per la diffusione degli incendi, ma accendere un fuoco è opera dell’uomo, per caso o per un’azione deliberata», precisa Setzer. L’Inpe tiene traccia della deforestazione in Brasile e i suoi dati hanno mostrato un enorme aumento quest’anno.

Ai primi di agosto, gli scienziati dell’Inpe hanno annunciato che 1.330 miglia quadrate di foresta pluviale erano andate perse da gennaio, un tasso del 40% in più rispetto al 2018. «La stagione secca sicuramente favorisce i fuochi, ma in passato abbiamo avuto stagioni secche più intense e non abbiamo mai visto incendi così grandi», spiega Vitor Gomes, uno scienziato ambientale dell’Università del Pará. «Questo gran numero di incendi dipende dal fatto che c’è più deforestazione, non più siccità», precisa.

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La deforestazione galoppante renderà ancora più difficile, se non impossibile, mantenere il riscaldamento globale «ben al di sotto» dei 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, come richiesto dall’Accordo di Parigi per il clima. A causa della deforestazione, gli scienziati stimano che siamo vicini al punto di non ritorno, in cui l’Amazzonia rischia di degradarsi completamente, diventando una savana, il che potrebbe comportare conseguenze gravissime per il resto del pianeta. L’Amazzonia, che copre 2,12 milioni di miglia quadrate, assorbe circa un quarto dei 2,4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica assorbita ogni anno dalle foreste globali. Tuttavia, la capacità della foresta pluviale di assorbire più carbonio di quello che rilascia sta diminuendo, indebolita dal cambiamento del clima, dalla deforestazione e dall’aumento della mortalità degli alberi.

Uno studio condotto da Gomes quest’anno ha scoperto che mentre la deforestazione è la principale minaccia per l’Amazzonia, i cambiamenti climatici e la crescente siccità potrebbero superarla entro pochi decenni, causando un declino delle specie di alberi di quasi il 60 per cento. Nello scenario peggiore, senza politiche efficaci per limitare la deforestazione, lo studio prevede che entro il 2050, la foresta pluviale sarà talmente frammentata da rendere l’ecosistema incapace di assorbire e immagazzinare stabilmente anidride carbonica. «Anche nello scenario più ottimista, la metà delle specie di alberi amazzonici rischia di scomparire. Ma le tendenze che si profilano in questi mesi potrebbero andare anche al di là del nostro scenario peggiore», sostiene Gomes. Se l’Amazzonia si trasformasse in una fonte netta di emissioni di anidride carbonica, il riscaldamento globale subirebbe un’accelerazione senza precedenti.

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