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Precious, più forte della tratta: «Vi racconto il mio futuro»

Il viaggio verso l’inferno dalla Nigeria alla Libia, poi lo sbarco in Italia nel 2016 e la vita da schiava. Oggi la giovane, salvata dalla Caritas, si è sposata e ha una bambina

di Anna Pozzi

Precious aveva studiato in Nigeria. Aveva anche un lavoro. Certo, la vita era molto precaria. Sempre e solo incertezze e insicurezza. Ma anche tanta ingiustizia e troppe diseguaglianze. «La Nigeria è un Paese ricchissimo, ma solo pochi dispongono di enormi fortune, mentre la maggior parte della gente vive nella miseria – si rammarica Precious –. Io avevo un lavoro, ma il mio capo non era una persona onesta. Mi sono informata e ho parlato con un’amica. Ho pensato che in Europa avrei potuto vivere meglio. Ma adesso capisco che su Internet si trovano tante informazioni false».

Comincia quasi sempre così – con un sogno e con un inganno – il viaggio verso l’inferno della tratta in cui sono precipitate decine di migliaia di donne nigeriane. Precious, però, ce l’ha fatta davvero ad avere una seconda chance. È una donna intelligente, piena di energie e determinazione. Capace anche di sacrifici. Ma prima è dovuta passare anche lei da quell’abisso.

Precious è arrivata in Italia nel 2016, l’anno del boom di sbarchi di nigeriani e nigeriane: più di 37mila in tutto, di cui 11mila donne. Moltissime erano minorenni, anche se quasi nessuna lo dichiarava. Volevano essere libere. Non sapevano che sarebbero diventate schiave della strada. Molte erano pure incinte o con bambini piccolissimi. Figli delle violenze subite in Libia.
Preciuos ci è rimasta intrappolata per quasi sei mesi in quel Paese.

«Sono stata in campi e in prigione. Sono successe cose orribili. Non pensavo che si potessero fare simili cose. Gli Asma Boys erano crudelissimi: ci maltrattavano e picchiavano. Piangevo ogni giorno. E pregavo molto, pregavo sempre. Con l’amore di Dio sono riuscita a scappare».

Approfittando di uno scontro tra Asma Boys – giovani criminali libici legati alle varie milizie – e la polizia, Precious è riuscita a liberarsi. «Ho perso i sandali correndo, ero sporchissima. Alcuni bambini mi hanno vista e si sono spaventati. Hanno chiamato la loro mamma, una donna libica che mi ha aiutato molto. Anche lì ci sono persone buone. Vorrei tanto ringraziare quella famiglia…».

«Quando le abbiamo accolte – ricorda Angela Missaglia, a quel tempo operatrice della Cooperativa Arcobaleno della Caritas di Lecco, che aveva ospitato 16 ragazze nigeriane in un’ex canonica – non è stato facile né per noi né per loro. C’era molta fatica da parte nostra a capire, molta diffidenza da parte loro. Difficile andare oltre le maschere che di volta in volta frapponevano ai nostri tentativi di avvicinarci: maschere che spesso nascondevano vissuti di violenza, abusi e sfruttamento». Precious la chiama “la mia mamma”: è stata la sua guida e il suo appoggio qui in Italia. Angela sostiene che ce l’ha fatta anche perché la sua vera mamma è una donna con valori forti che ha trasmesso alla figlia. Le sue due mamme, ma soprattutto lei, hanno fatto la differenza.

«Quando sono arrivata in Italia – continua Precious – non ho trovato certo quello che mi aspettavo. Ma ormai ero qui e ho pensato che dovevo fare del mio meglio per trovare una strada per me». Una strada che non poteva e non doveva essere quella in cui finiscono gran parte delle giovani donne nigeriane arrivate nel nostro Paese.

Un destino che sembra quasi ineluttabile, anche perché le catene reali e invisibili che le tengono legate a trafficanti e sfruttatori sono difficilissime da spezzare. Sono fatte di minacce e a volte di vere e proprie violenze sia nei loro confronti che di quelli della famiglia; sono fatte di pratiche voodoo e di condizionamenti psicologici potentissimi; sono fatte anche di promesse ambigue e di inganni sentimentali, che si insinuano nelle menti e nei cuori di ragazze spesso molto ingenue.

«Anche noi siamo stati in qualche modo stati ingannati da un giovane che non destava alcun sospetto – ammette Angela –. Aiutato da una parrocchia, aveva un lavoro a tempo pieno, si era sposato e, apparentemente, aiutava altre ragazze. Poi la polizia ha scoperto che faceva parte di una rete di trafficanti ramificata tra Lecco, Palermo e Napoli. Ora è in prigione, condannato a otto anni».

Precious, invece, è in maternità. Per lei il sogno si è veramente realizzato. Ma ha lavorato duro. «Ho studiato l’italiano e preso il diploma di terza media. Poi ho frequentato l’Accademia del Panino Giusto, grazie a un progetto di Caritas Ambrosiana, e sono stata assunta. Nel frattempo mi sono sposata e, lo scorso settembre, è nata la mia bambina. Non tutto è facile. Ma adesso so che nel mio futuro c’è qualcosa di bello».

Avvenire

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