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Quando i nostri figli ci chiederanno conto di questa ferocia…

Polemos agisce nel conflitto, come è giusto che sia, dalla parte di chi preferisce dire di no.
Riflessione su sfruttati che ignorano le condizioni del loro sfruttamento e si esaltano nel razzismo feroce. Dedicato alla comandante Carola.

di Antonio Cipriani

Un giorno i nostri figli, e i figli dei nostri figli, ci chiederanno conto di questa disumanità, di questa strage infinita. Ci guarderanno negli occhi e ci diranno: perché? Era questo il mondo migliore per il quale vi siete battuti? E nel loro sguardo vedremo scolpita nella storia la tragedia di questa epoca senza misericordia, tanto occupata a plastificare coscienze a farci discutere del niente in infiniti e retorici salottini televisivi. A occuparci la mente con un divertimento osceno, scantonando dalla via delle responsabilità, del senso civico, della solidarietà (parafrasando Don Milani). E dovremo chiederci, e dovremmo cominciare a farlo sin da adesso: che senso ha tutto questo? Come è possibile accettare che il Mediterraneo, il mare della nostra storia, della cultura che dovrebbe unire i mondi, si sia trasformato in un mare di morte, simbolo di confine e ferocia?

Questo scrivevo tre anni fa di fronte alla ferocia delle leggi già al tempo sostenute mediaticamente da un rullare di tamburi nefasto. Sugli schermi tutti i giorni, a tutte le ore, l’informazione spingeva il piede sull’acceleratore, dando voce ai peggiori, narrando una realtà parallela e ottusa, implicando connessioni logiche tra una crisi di sistema – certe volte il capitalismo ne ha bisogno per riorganizzare le maglie del profitto senza alcun altro fine – e l’arrivo dei migranti, dei poveracci del sud del mondo.

Mi chiedevo e mi chiedo: perché questa ferocia? Che cosa manca alla nostra civiltà per creare accoglienza? Per operare nella giustizia sociale, evitando di depredare i paesi del Sud del mondo, evitando di accendere guerre e vendere armi. Evitando di esasperare le cause che fanno scegliere a queste persone fragili di rischiare la vita per poter avere una speranza di sopravvivere oltre il nostro mare.
Mi chiedevo e continuo a farlo: quale il ruolo dei media, delle televisioni, di quella fascia di opinionisti a vela e a motore, nella costruzione di una mentalità diffusa e barbara, nella realizzazione di un caos social fatto di insulti e stupidità, di ferocia e minacce. Perché in questi anni sono stati sdoganati gli istinti più crudeli, indirizzando rabbia sociale e frustrazione nella direzione più semplice, obnubilando le cause e scovando sempre un nemico da combattere.

Così funziona questo sistema, mi ha più volte spiegato il mio interlocutore barbiere maoista alchemico. I poveri (di spirito, di risorse, di conoscenze) vanno guidati con mano ferma verso chi sta peggio di loro. Così che possano sentirsi parte di una nazione, di una ideologia, di una furia risolutiva, in modo che possano pensare che una volta, forse, vinceranno.
Gli sfruttati hanno scelto di agire come massa ringhiante al servizio degli sfruttatori. E i loro rappresentanti, i migliori interpreti mediatici della fase, oggi sono al comando. Fanno leggi criminali. Le fanno applicare con rigore. Arrestano la comandante Carola come avessero incatenato il nemico più pericoloso per la massa ululante ottusa: donna, bianca (ma traditrice della razza…), di buona famiglia, tre volte laureata, che conosce le lingue e ha una coscienza civile e si batte dalla parte dei diseredati con semplicità e gentilezza. Con la fermezza della storia.

Siamo nell’epoca oscura. Ed è proprio di notte che è bello credere nella luce, che ci si deve battere per la luce, sapendo che non esiste una notte così lunga da impedire al sole di risorgere. E che questa massa ululante e mutevole svanirà all’alba di un nuovo tempo. Ogni crisi contiene la risposta che in momento di quiete non si percepisce.

L’immagine di copertina è un’opera dell’illustratrice milanese Paola Formica.

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