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Sei anni di guerra in Yemen: l’80% della popolazione ha bisogno di assistenza umanitaria

Marianna Semenza, operatrice umanitaria dell’ong Intersos, vive da 3 anni nel Paese: «Le proiezioni per il 2021 sono agghiaccianti: 16,2 milioni di persone soffriranno la fame anche mantenendo il livello attuale di assistenza umanitaria. Parliamo di metà della popolazione», racconta. «2,3 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta. Nel 2020 uno su 4 è morto nei conflitti armati. In troppi chiedono l’elemosina in strada, lavorano nei mercati dove si raccoglie il Qat, una droga che si mastica. Sono obbligati a combattere e se sono bambine a sposarsi con uomini più vecchi»

di Anna Spena

«Questo è un momento cruciale per gli yemeniti. Sei anni di guerra sono un periodo lunghissimo per chi la vive. Ma resiste nelle persone la memoria di quello che il Paese è stato e le spinge a resistere, a sperare che davvero ci sia una soluzione concreta per risolvere il conflitto». A parlare è Marianna Semenza, capo programma del Sud del Paese per l’organizzazione umanitaria Intersos, l’unica ong italiana a lavorare in Yemen. L’organizzazione lavora nel Paese dal 2008. Ha due uffici, uno nel Sud ad Aden, e un altro nel nord a Sana’a. «Ed anche dei presidi più piccoli negli altri governatorati», aggiunge Martina, che vive in Yemen da tre anni. A sei anni dall’inizio della guerra, in Yemen si sta consumando la più grande catastrofe umanitaria esistente. Il conflitto in corso tra il governo centrale e il gruppo degli Houthi, ha avuto un’escalation costante dal 2015 ad oggi, provocando oltre 18.557 vittime civili segnalate tra marzo 2015 e novembre 2020, 4,3 milioni di sfollati e una forte recessione economica che ha lasciato più di 24,3 milioni di persone (80% del popolazione) bisognosa di assistenza umanitaria. Dalla fine del 2020 gli Houthi controllano la maggior parte dei governatorati situati a nord e centro del paese, il Consiglio di transizione meridionale (STC) controlla invece parte dello Yemen del sud (principalmente la città di Aden e Socotra) e il governo centrale (GoY) detiene la gestione del resto dei governatorati meridionali e orientali.

Come si vive oggi nel Paese?
Dall’inizio del 2020 le linee del fronte attiva sono aumentate da 33 a 39. Lo Yemen è un Paese soffocato dai blocchi sulle importazioni, e i porti e i confini sono tutti controllati dalla coalizione a guida saudita. Oggi in Yemen l’80% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, da anni il Paese è sull’orlo di carestie.

Le proiezioni per il 2021 sono agghiaccianti: 16,2 milioni di persone soffriranno la fame anche mantenendo il livello attuale di assistenza umanitaria. Parliamo di metà della popolazione. Qui si muore di malattie curabili come dissenteria, morbillo, colera. Oppure si muore per ragioni legate al fuoco incrociato, si muore saltando in aria sulle mine antiuomo. Si muore per la fame, si muore per la guerra. Puoi morire perché non riesci ad arrivare in tempo in ospedale, e se ci arrivi forse non ci sono cure per te o quelle cure non puoi permettertele. O non ci arrivi proprio perché manca la benzina. Vivo da tre anni in Yemen, ma lo Yemen non è solo questo. Sei anni di guerra sono un periodo lunghissimo per chi la vive. Ma resiste nelle persone la memoria, nonostante la distruzione, di quello che il Paese è stato e le spinge ad andare avanti, a sperare che davvero ci sia una soluzione concreta per risolvere il conflitto. Un Paese con un patrimonio culturale e umano vastissimo. Le persone hanno a disposizione il lessico della pace individuale e collettiva, e a quello chiedono di tornare.

Che significa essere bambini in Yemen?
Significa che nel 2020, su duemila civili feriti nei combattimenti, uno su 4 era un bambino. Significa che puoi essere nei 2,3 milioni di bambini che soffrono di malnutrizione acuta severa e quindi la possibilità di morire, rispetto ad un tuo coetaneo, è di 12 volte più alta. Se sei un bambino “fortunato” prima del Covid andatavi a scuola, ora se hai mantenuto quella fortuna a scuola ci vai solo per due ore al giorno. Non esiste la didattica a distanza però sicuramente impari la distanza. La scuola è un privilegio ma per andarci cammini due ore a piedi sotto al sole. Se sei un bambino in Yemen chiedi l’elemosina e vendi i fazzoletti in mezzo al traffico. Lavori nei grossi mercati dove si raccoglie il Qat, una droga da masticare. Essere un bambino in Yemen significa passare il tempo in mezzo alla strada, non avere scarpe, vestiti decenti.

Significa che hai visto molte armi e sai cos’è la fame. E spesso quelle armi le devi pure usare. Se non ti mandano a combattere stai di guardia al Check Point. Spesso se sei un bambino sei anche il capofamiglia e ti prendi cura di tuo padre disabile, o di tua madre vedova. Se sei femmina sei costretta a sposarti con un uomo più vecchio.

Intersos come supporta la popolazione?
L’incessante conflitto è la causa della povertà e miseria cronica in cui vive il Paese da anni, a questo si aggiungono le inevitabili conseguenze di una totale assenza di controllo statale, servizi infrastrutturali inefficaci o inesistenti, carenza di beni primari come acqua, cibo e medicinali. Noi lavoriamo in 9 governatorati e poi ci spostiamo con Team Mobili. Forniamo servizi di assistenza sanitaria, nutrizione e protezione. Solo nel 2020 abbiamo fornito assistenza a 700mila persone, tra comunità residenti, sfollati interni e rifugiati (che arrivano dalla Somalia e dall’Etiopia): tra loro l’85% è composto da donne e bambini. La morfologia del territorio è varia per un Paese che è relativamente piccolo. Per questa ragione utilizziamo un approccio combinato tra tra statico e mobile. Le attività di protezione si sono articolate su monitoraggio delle violazioni, prevenzione e risposta alla violenza di genere, protezione dei minori, sostegno a persone con vulnerabilità specifiche attraverso la presa in carico dei singoli casi e supporto psicosociale di gruppo, orientamento a servizi terzi, assistenza in denaro laddove necessario e supporto all’autosostentamento (formazione professionale, distribuzione di kit di strumenti, rifornimento e ripristino di beni e servizi, istruzione e formazione tecnica). Altre attività di Intersos in Yemen hanno riguardato la riabilitazione di ripari d’emergenza e interventi idrici e igienico-sanitari, sussidi locativi per la popolazione colpita dal conflitto e un programma integrato di salute e nutrizione in supporto alle strutture sanitarie di riferimento, principalmente ospedali: copriamo le spese di gestione, quelle per i farmaci e per i macchinari, paghiamo il personale e dotiamo le strutture di pannelli solari in modo che possa diminuire la dipendenza da generatori e benzina. Abbiamo diverse ambulanze e cliniche mobili per garantire interventi di emergenza anche nelle zone rurali. Lavoriamo con uno staff di espatriati di 12 persone ed oltre un migliaio tra volontari, consulenti e staff permanenti.

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Quella che sta vivendo il Paese è la più grande emergenza umanitaria che esiste eppure quella che si combatte sembra essere una guerra dimenticata. Come vivono i civili l’abbandono?
Credo che ci sia di più una volontà di ignorare la guerra che di dimenticarla. Questo è un conflitto complesso da capire, è una guerra per procura travestita da guerra civile. Una guerra che chiama in causa i protagonisti scomodi della scacchiera mondiale. Prima tra tutti l’Arabia Saudita che insieme agli Emigrati Arabi Uniti ha contribuito alla frammentazione del Sud e del Nord del Paese. Mentre dall’altro lato Iran sostiene i ribelli Houthi. Ma anche l’Italia. Quante armi ha venduto consapevole che sarebbero servite a distruggere il popolo yemenita? Siamo comunque davanti ad una guerra piena di contraddizioni basti pensare che l’Arabia Saudita è in capo alla coalizioni ma anche tra i più generosi donatori umanitari. Il primo marzo, durante il pledging conference per lo Yemen, erano stati richiesti 3,8 miliardi di dollari per supportare il Paese. Ne sono stati raccolti solo 1.7 miliardi e 430 e 230 milioni sono stati versati dal’Arabia Saudita e dagli Emirati. In ogni caso l’Occidente questa guerra preferisce ignorarla.

Quanto è complesso operare in una situazione cosi?
È molto difficile perché l’accesso umanitario non è scontato. Sia nel Nord che nel Sud del Paese ci sono diversi attori che si spartiscono il controllo. Per raggiungere la popolazione navighiamo nelle acque della burocrazia. Tutti noi passiamo un enorme quantità di tempo a garantire che le nostre squadre possano operare in sicurezza, sia loro che delle persone che supportiamo. I medicinali che ordiniamo a volte arrivano con mesi di ritardo. Lo spazio aereo è controllato dalla coalizioni a guida saudita e l’unico porto che funziona a regime è quello di Aden. La benzina manca spesso, e questo mette a rischio il lavoro delle squadre mobili. Dobbiamo affrontare barriere sociali e culturali, soprattuto con donne e bimbi vittime di violenza. I visti per entrare nel Paese si fanno sempre attendere tantissimo. L’aeroporto è aperto solo a voli umanitari ma di frequente viene chiuso per ragioni politiche o perché manca il carburante.

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