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Storia di Anas, rimpatriato con la forza in Siria nonostante la guerra

Al Mustafa era riuscito a rifarsi una vita, ma a causa ai decreti di emergenza emessi dal 2016 in poi in risposta al fallito colpo di Stato, le autorità turche possono deportare i migranti al confine verso territori considerati non sicuri. La misura soddisfa quella parte di popolazione anatolica che tollera sempre meno la presenza dei rifugiati accusati di rubare il lavoro.

di Futura D’Aprile

Anas al Mustafa è un rifugiato siriano, uno dei tanti costretti a lasciare il proprio Paese e a scappare in Turchia o in Europa per sfuggire agli orrori della guerra. Nato quarant’anni fa nella provincia di Aleppo, una delle città che hanno maggiormente pagato le conseguenze del conflitto siriano, Anas si è rifugiato nella vicina Turchia nel 2016, ottenendo la protezione temporanea e un regolare permesso di soggiorno.

Da quel momento, ha iniziato a lavorare con alcune Organizzazioni non governative locali per aiutare altri profughi siriani, finendo con il fondarne una egli stesso nella città di Konya per garantire così beni di prima necessità a 175 famiglie, molte delle quali composte da vedove con figli. Con il tempo, Anas ha espanso la sua organizzazione A friend Indeed arrivando anche a collaborare con le italiane “Mani di pace” e “Crescere insieme”.

Anas, quindi, era riuscito a rifarsi una vita in Turchia, integrandosi nella comunità locale e dando il suo aiuto a chi come lui era scappato da un Paese in guerra perdendo lavoro, casa e affetti. Ma la sua ritrovata tranquillità è stata sconvolta a maggio del 2020, quando alcuni poliziotti turchi lo hanno portato in caserma per fargli delle domande sul suo permesso di soggiorno. Anas si è improvvisamente trovato in prigione insieme ad altri cinque rifugiati siriani ed è stato privato dei suoi documenti: mentre era in stato di fermo, gli agenti hanno infatti strappato il documento originale turco di residenza a Konya e anche la fotocopia di quello siriano.

«Ho chiesto alla polizia di farmi parlare con il mio avvocato, un mio diritto in quanto rifugiato, ma si sono rifiutati», spiega a Linkiesta Anas, che dopo giorni di fermo non aveva ancora ricevuto alcuna informazione sui capi di accusa a suo carico. All’improvviso, sia lui che gli altri siriani vengono costretti a firmare un documento in turco in cui dichiaravano di accettare il rimpatrio in Siria. «Mi sono rifiutato, ma gli agenti hanno iniziato a minacciarmi che se non avessi firmato mi avrebbero mandato nella prigione di Gazantiep [al confine sud-ovest con la Siria, ndr] per sei mesi o un anno come punizione», continua Anas.

Il rimpatrio e il ritorno in Turchia
Il 22 maggio il rimpatrio forzato: Anas e gli altri siriani vengono prelevati dal carcere, portati fino al confine con la Siria e abbandonati a loro stessi, con il rischio di essere arrestati dal Governo siriano o rapiti – se non addirittura uccisi – dalle milizie presenti nella regione settentrionale di Idlib. Proprio qui Anas trova un rifugio precario, affidandosi a un amico e riuscendo a entrare in contatto con Amnesty International per denunciare quanto accaduto a lui e agli altri cinque siriani.

«Da quel momento ho vissuto nascondendomi. Non potevo uscire di casa perché temevo che avrebbero potuto rapirmi per chiedere un riscatto alla mia associazione. O peggio ancora, avrebbero potuto consegnarmi al regime e farmi uccidere», racconta Anas. «Ho vissuto nascosto come un topo a Idlib per cinque mesi, e per cosa? Che crimini avevo commesso?».

A quel punto Anas si mette in contatto con l’attivista siriana Muna Khorzom, da anni residente in Italia, che passa il caso all’avvocato Chiara Modica Donà Dalle Rose della International Law Firm Politeama. Insieme alla collega Valentina Blunda, con il supporto di Mariangela Cirrincione, Giulia Anselmo e Monica Cerrito, Dalle Rose ha offerto supporto legale ad Anas a titolo gratuito e ha presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Intanto, a causa dell’aggravarsi della situazione a Idlib, Anas decide di ritornare da solo in Turchia.

«Ho camminato per 30 ore, senza acqua né cibo, mantenendomi in contatto con la mia legale. Una volta in Turchia sono riuscito ad avere di nuovo i miei documenti».

Il pericolo di essere nuovamente riportato in Siria illegalmente, però, è dietro l’angolo. «La polizia turca è tornata a casa mia. Non mi hanno arrestato, ma in futuro potrebbero farlo. So di altri siriani ritornati in Turchia e ricondotti nuovamente in Siria contro la loro volontà». Nonostante i pericoli, Anas non ha intenzione di lasciare Konya e le famiglie di cui si prende cura. «Non voglio abbandonare le persone che contano su di me. Credo nella giustizia turca».

Il caso delle partenze forzate
Anas non è l’unico rifugiato siriano a essere stato riportato in Siria contro la sua volontà. A causa ai decreti di emergenza emessi dal 2016 in poi in risposta al fallito colpo di Stato, le autorità turche possono procedere in determinati casi al respingimento dei migranti anche verso territori considerati non sicuri, come la Siria.

Una misura che soddisfa quella parte di popolazione turca che tollera sempre meno la presenza dei rifugiati siriani nel Paese, accusati di rubare il lavoro alla popolazione locale e di pesare sulle casse pubbliche. Il tema è stato anche al centro della compagna elettorale per le elezioni amministrative del 2019, terminate con la sconfitta del partito del presidente Recep Tayyip Erdogan ad Istanbul e Ankara.

Da quel momento i rimpatri forzati sono diventati una procedura sempre più comune: come denunciato anche da Amnesty International, i rifugiati siriani vengono sistematicamente privati dei propri documenti e costretti a firmare il consenso per la partenza volontaria verso la Siria.

Linkiesta

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