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Turchia, Egitto, Arabia Saudita: i piazzisti d’armi governano l’Italia, ma a Bruxelles si lavano la coscienza

Bombardamenti nello Yamen

Vendiamo le armi a tutti e questo alla faccia di una risoluzione del Parlamento europeo, votata anche da Pd e 5 Stelle, che raccomando di non rifornire di armi paesi in guerra o liberticidi.

di Umberto De Giovannangeli

Piazzisti d’armi a tempo pieno E non c’è lockdown che tenga. Le vendiamo alla Turchia di Erdogan che fa pulizia etnica nel Rojava dei curdi siriani. Le vendiamo all’Egitto trasformato dal presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi in uno stato di polizia che fa impallidire, anche nel numero dei desaparecidos, le giunte militari fasciste dell’Argentina ai tempi di Videla. E per non farci mancare niente, in peggio, le vendiamo ai regnanti sauditi che le usano per fare strage continua di civili in Yemen.

E questo alla faccia di una risoluzione del Parlamento europeo, votata anche da Pd e 5 Stelle, che recita testualmente:

“Astenersi dal vendere armi e attrezzature militari all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e qualsiasi membro della coalizione internazionale attiva nel conflitto in Yemen, nonché al governo yemenita e ad altri parti del conflitto”.

E ancora: “Sospendere la concessione di licenze di esportazione di armi alla Turchia”. E ancora: “Sospendere le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza” Più chiaro di così…La risoluzione sulla “Esportazione di armi” è stata approvata dall’Europarlamento lo scorso 16 settembre.

Nella risoluzione, l’Europarlamento evidenzia un ulteriore elemento di crisi e, di conseguenza di particolare attenzione per l’Unione. “In un mondo multipolare sempre più instabile, ove sono in aumento forze nazionaliste, xenofobe e antidemocratiche, è essenziale che l’Unione europea diventi un attore influente sulla scena mondiale e conservi il suo ruolo guida con un potere di persuasione (soft power) a livello globale, impegnata a favore del disarmo sia delle armi convenzionali che di quelle nucleari, e investendo nella prevenzione dei conflitti, nella gestione delle crisi e nella mediazione prima di prendere in considerazione le opzioni militari”. Il richiamo al disarmo e alla prevenzione dei conflitti non è scontato ed è importante che l’Europarlamento abbia ribadito che l’industria della difesa debba servire innanzitutto a “garantire la difesa e la sicurezza degli Stati membri dell’Unione”.

E’ in questo contesto che il Parlamento europeo chiede agli Stati membri di sospendere le forniture di armamenti e sistemi militari non solo ai Paesi già sottoposti a misure di embargo da parte dell’UE (Bielorussia, Repubblica centrafricana, Cina, Iran, Libia, Myanmar, Corea del Nord, Federazione russa, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria, Venezuela, Yemen e Zimbabwe), ma anche a Paesi che, con il loro intervento militare, stanno aggravando conflitti regionali.

Piazzisti a tempo pieno: l’affaire Yemen

Ricostruisce, con rigorosa puntigliosità, la Rete Italiana Pace e Disarmo: migliaia di civili sono stati uccisi nel conflitto armato in Yemen, e milioni sono rimasti sull’orlo della fame dal settembre 2014, quando l’organizzazione Ansar Allah (nota anche come il gruppo degli Houthi) ha preso il controllo della capitale yemenita Sana’a con la forza, e la Coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ha iniziato la sua campagna militare.

Durante questi sei anni di conflitto tutte le parti in guerra nello Yemen hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario. Gli attacchi aerei contro i civili e le infrastrutture civili in Yemen da parte della Coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi possono costituire crimini di guerra. Il 9 settembre 2020, il gruppo di esperti sullo Yemen del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ribadito questa constatazione, mettendo in discussione la responsabilità dei fornitori di armi, come l’Italia, nei confronti delle parti in conflitto.

Esistono ampie e affidabili prove che nella guerra nello Yemen vengano utilizzati equipaggiamenti militari prodotti in Italia, come gli aerei da combattimento Eurofighter Typhoon e Tornado (prodotti congiuntamente dal Consorzio Eurofighter, di cui Leonardo S.p.A. è uno degli azionisti) e le bombe della serie MK 80 (prodotte in particolare da RWM Italia S.p.A.), i cui resti sono stati trovati sul luogo di potenziali crimini di guerra in Yemen. Questo materiale viene esportato in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait.
In questo contesto, l’11 dicembre 2019 è stata depositata una Comunicazione alla Corte Penale Internazionale da parte di ECCHR, Mwatana for Human Rights e delle loro organizzazioni partner, tra cui la Rete Italiana per il Disarmo (ora Rete Italiana Pace e Disarmo). La Comunicazione sollevava la questione della responsabilità delle aziende italiane ed europee produttrici di armi, nonché delle autorità nazionali che rilasciano licenze di esportazione, nel conflitto yemenita. Queste organizzazioni della società civile internazionale chiedono un’indagine sulla presunta complicità dei dirigenti delle aziende in 26 attacchi aerei che hanno ucciso o ferito illegalmente civili e distrutto o danneggiato scuole, ospedali e altri luoghi protetti.

Inoltre il 17 aprile 2018 ECCHR, Mwatana e Rete Disarmo hanno depositato una denuncia congiunta presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma richiedendo un’indagine sulla responsabilità penale dei funzionari di RWM Italia S.p.A. e dei funzionari del Governo italiano per l’esportazione di armi ai membri della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Il caso si è concentrato sui resti di una bomba MK80 trovata sul luogo di un attacco aereo che ha colpito una famiglia di sei persone nel villaggio di Deir Al-Hajari nell’Ottobre 2016. Oltre quattro anni sono passati da quel bombardamento, e le vittime attendono ancora giustizia.
Nel settembre 2019 il Procuratore responsabile dell’indagine ha chiesto l’archiviazione del caso. Le organizzazioni denuncianti hanno però presentato ricorso contro questa decisione e al momento è prevista un’udienza davanti al Gip nel Gennaio del 2021.
In risposta alle gravi violazioni dei diritti umani commesse nello Yemen, nel luglio 2019 il Governo italiano ha sospeso fino a gennaio 2021 tutte le licenze per bombe aeree, missili e loro componenti verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Diverse organizzazioni umanitarie, per la Pace e per il disarmo in Italia hanno lanciato un appello al Governo Italiano affinché sia decisa una proroga di questa misura ed una sua estensione a tutti i tipi di armamenti e verso tutti i membri della Coalizione guidata dall’Arabia Saudita”.

Sospendere le licenze di armi alla Turchia

A questo punto lasciamo parla e penna a uno che dei più seri e documentati analisti di cose militari in Italia: Giorgio Beretta. “Anche nei confronti della Turchia – scrive Beretta in un articolo per unimondo.org – l’Europarlamento invita il Vicepresidente/Alto rappresentante a “introdurre un’iniziativa in seno al Consiglio affinché tutti gli Stati membri dell’UE sospendano la concessione di licenze di esportazione di armi”. La risoluzione “condanna fermamente la firma dei due memorandum d’intesa tra la Turchia e la Libia sulla delimitazione delle zone marittime e su una cooperazione militare e di sicurezza globale che sono interconnessi e violano chiaramente il diritto internazionale e la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che impone un embargo sulle armi nei confronti della Libia”.

La risoluzione ricorda la “decisione presa da alcuni Stati membri di sospendere la concessione di licenze di esportazione di armi alla Turchia”. Decisione che l’anno scorso ad ottobre il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha annunciato di aver implementato firmando un “atto interno alla Farnesina” – che non è mai stato reso pubblico – per bloccare però solo le “vendite future di armi alla Turchia” e per “avviare un’istruttoria sui contratti in essere». Come ha rivelato un’ampia inchiesta di Altreconomia, nonostante questi annunci, l’Italia ha continuato a fornire armamenti alle forze armate di Ankara. Non solo: dai dati del registro dell’Istat sul commercio estero, analizzati dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal) da novembre del 2019 a luglio del 2020 sono stati esportati in Turchia più di 85 milioni di euro di “armi e munizioni”, una cifra che costituisce il record storico dal 1991; solo nel primo semestre del 2020 l’export si attesta a quasi 60 milioni di euro. Si tratta in gran parte di munizionamento pesante, prodotto ed esportato soprattutto all’azienda “Meccanica per l’elettronica e servomeccanismi” (Mes) con sede a Colleferro in provincia di Roma: azienda che produce ed esporta munizionamento come il colpo completo di calibro 105/51 millimetri HEAT-T e di 120 millimetri HEAT-MP-T. Anche a fronte di queste nuove forniture, con un comunicato la Rete Italiana Pace e Disarmo ha rinnovato la richiesta al governo italiano di bloccare le forniture di armamenti al regime di Erdogan.

Non basta. Sempre Beretta fa un’altra scoperta che riassume in due tweet: L’azienda #RwmItalia non solo esporta bombe all’Arabia Saudita, ma anche bombe aeree alla #Turchia. L’azienda@Rheinmetalla AG può smentire di fornire 200 bombe Blu da 2000 libbre alla Turchia in base alla sottostante autorizzazione rilasciata nel 2019 dal governo italiano (UAMA)?

Per poi aggiungere in un secondo tweet: “Aggiungo che dal registro del commercio estero dell’Istat si evince che dalla provincia di Cagliari (dove ha sede la #RwmItalia) l’anno scorso e anche nel primo semestre 2020 sono state esportate alla Turchia ingenti quantitativi di munizionamento. La @Rheinmetall AG smentisce?

Sospendere le esportazioni di armi all’Egitto

Ricordando che, a seguito del colpo di stato del generale al-Sisi, già nell’agosto del 2013 il Consiglio degli Affari esteri dell’UE riportava che

“gli Stati membri dell’Unione hanno convenuto di sospendere le licenze di esportazione verso l’Egitto di attrezzature che potrebbero essere usate a fini di repressione interna”,

l’Europarlamento “condanna il mancato rispetto persistente di tali impegni da parte degli Stati membri” ed “invita pertanto gli Stati membri a sospendere le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza in grado di facilitare gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti della società civile, anche sui social media, nonché qualsiasi altro tipo di repressione interna”. La risoluzione invita inoltre il Vicepresidente/Alto rappresentante “a riferire sullo stato attuale della cooperazione militare e di sicurezza degli Stati membri con l’Egitto” e chiede che “l’Unione dia piena attuazione ai controlli sulle esportazioni verso l’Egitto per quanto riguarda i beni che potrebbero essere utilizzati a fini repressivi o per infliggere torture o la pena capitale”.

In questi anni – rimarca Beretta – nonostante il persistere della repressione interna, la mancata cooperazione da parte delle autorità egiziane a fornire le informazioni richieste dai magistrati italiani riguardo all’orribile uccisione di Giulio REgeni e anche a fronte dell’incarcerazione illegittima di Patrick Zaki, , l’Italia ha continuato a fornire armi e sistemi militari all’Egitto. Anche in questo caso, nonostante il ministro Di Maio lo scorso giugno abbia affermato che la vendita delle due fregate Fremm all’Egitto non è ancora conclusa, nei giorni scorsi un’ampia inchiesta de L’Espresso ha rivelato che l’affare è stato portato a termine. Amnesty International e Rete Italiana Pace e Disarmo con un comunicato hanno sollecitato il Governo a rivedere questa decisione “illegale e pericolosa” e hanno rinnovato la richiesta al Parlamento di esaminare con attenzione la questione e di manifestare pubblicamente il proprio parere. Non va dimenticato, inoltre, che l’Italia nonostante la decisione del Consiglio dell’UE, già dal 2014 ha continuato a inviare alle forze di sicurezza egiziane anche armi e munizioni che possono essere impiegate per la repressione interna.

E’ compito delle forze politiche – conclude l’analista di Opal – che hanno promosso e votato la risoluzione al Parlamento europeo chiedere al governo italiano di sostenerla in sede di Consiglio Ue e, soprattutto, di cominciare ad attuarla con precise restrizioni che deve assumere il governo italiano. I due partiti al governo, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, a Bruxelles hanno votato a favore della risoluzione e, nelle loro dichiarazioni, hanno richiamato la necessità degli Stati di “essere credibili” nell’attuare le restrizioni previste sulle esportazioni di armi e sistemi militari. Ci auguriamo che vogliano esserlo anche i loro colleghi che siedono nel Parlamento italiano”.

Ciò che viene richiesto aggiungiamo noi di Globalist, si chiama coerenza, trasparenza, mantenimento degli impegni assunti, rispetto delle risoluzioni votate a Bruxelles. Ma coerenza, trasparenza etc. sono beni pressoché introvabili oggi nella politica e nei politici di casa nostra. E per chi governa, la diplomazia degli affari ha abbondantemente cancellato la diplomazia dei diritti umani. E allora ecco le genuflessioni verso sultani, autocrati, generali golpisti, principi con le mani sporche di sangue, che caratterizzano l’agire di chi governa il belpaese (e anche di chi lo faceva prima). Piazzisti d’armi senza vergogna. Pecunia non olet (traducetelo per Di Maio).

Globalist

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