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Cina. Strappati alle famiglie e chiusi negli orfanotrofi: il dramma dei bimbi uighuri

Proteste contro la persecuzioni cinesi ai danni della minoranza uighura a Mumbai – Ansa

La denuncia di Amnesty International: nel mirino i figli degli esuli fuggiti dallo Xinjiang

Bambini strappati alle loro famiglie e rinchiusi negli orfanotrofi statali. Una misura particolarmente odiosa perché colpisce gli esuli. È l’ultima – secondo una denuncia di Amnesty International – di una lunga catena di soprusi ai danni degli uighuri, la minoranza etnica di fede musulmana che vive nello Xinjiang. Amnesty ha parlato con i genitori che hanno lasciato i bambini a parenti in Cina quando sono stati costretti a lasciare il paese. Nel suo rapporto, l’organizzazione umanitaria cita diversi casi, tra cui quello di una coppia di genitori, Mihriban Kader e Ablikim Memtinin, fuggiti dallo Xinjiang in Italia nel 2016, lasciando i loro quattro bambini ai nonni, ma la nonna è stata portata in un campo di detenzione mentre il nonno è stato interrogato dalla polizia. Nel novembre 2019, Mihriban e Ablikim hanno ricevuto dal governo italiano un permesso per portare i loro figli in Italia, ma i bambini sono stati fermati dalla polizia cinese e inviati in un orfanotrofio statale, afferma Amnesty.

Una donna con il nipote a Turpan nello Xinjiang

I casi in questione riguardano persone ora residenti in Australia, Canada, Italia, Paesi Bassi e Turchia. Al momento della fuga, “per il timore di essere mandati in campi di internamento di rieducazione”, questi genitori “non immaginavano neanche lontanamente che ai loro figli, alcuni di appena cinque anni, sarebbe stato vietato di raggiungerli”, si legge nel rapporto.
Diverse associazioni umanitarie hanno calcolato che dal 2017 “oltre un milione e mezzo di persone sono state arbitrariamente detenute nei cosiddetti centri di “trasformazione attraverso l’educazioene” o di “formazione professionale” nella regione dello Xinjiang, dove hanno subito varie forme di tortura e maltrattamento, tra cui l’indottrinamento politico e l’assimilazione culturale forzata”. “La spietata campagna cinese di detenzioni di massa nella regione dello Xinjiang ha messo le famiglie separate in una situazione senza via d’uscita: ai minori non è consentito partire, ma i loro genitori si troverebbero ad affrontare persecuzioni e detenzioni arbitrarie se tentassero di ritornare nel proprio paese per occuparsi di loro”, ha dichiarato Alkan Akad, di Amnesty International.“Gli uighuri che si trovano in paesi esteri non parlano volentieri pubblicamente delle violazioni dei diritti umani nei loro confronti, e nei confronti delle loro famiglie, per paura di ripercussioni nei confronti dei familiari che si trovano ancora in Cina”, ha spiegato ancora Alkan Akad chiedendo a Pechino “di garantire che le famiglie possano ricongiungersi quanto prima senza temere di essere mandate in un campo di repressione”.

Avvenire

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