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Ciudad Juárez: la città dei femminicidi

di Ginevra Dinami

Ciudad Juárez è una città di confine nello stato messicano del Chihuahua. Storico luogo di conflitti, oggi una delle città più pericolose al mondo, soprattutto per le donne. Ragazze tra i 15 e i 25 anni cercano lavoro e finiscono in giri di sfruttamento. Molte di queste, tornando a casa la sera spariscono per sempre.

La geografia: una condanna
La città presenta un elevato tasso di omicidi. Ogni anno i morti sono in media 2500. Questo numero dipende probabilmente dalla posizione geografica che occupa: il confine tra il Messico e gli USA, è in mano ai narcos da tempo. Per anni il narcotraffico si è poggiato su istituzioni politiche che, anziché combatterlo, lo sostenevano. Negli ultimi anni il governo si è impegnato a combatterlo, provocando dal 2006 al 2012 più di 100.000 morti tra narcotrafficanti e forze di polizia. Scontri tra bande, delinquenti che seminano il panico, la guerra tra i narcos e la polizia, hanno portato Ciudad Juárez ad essere catalogata come la città col più alto tasso di omicidi al mondo.

Un confine, una speranza
Accanto a delinquenti e militari che si fanno la guerra, convivono anche persone normali. Alcune abitano in città da generazioni, altre sono solo di passaggio, cercano lavoro e stabilità. Vivono in tende al confine della città, e sognano, forse un giorno, di varcare quella striscia di terra che li separa dagli Stati Uniti, in cerca di una vita migliore.

“No mas feminicidios”
I cittadini protestano davanti alla morte di centinaia di donne l’anno. Basta femminicidi. Sono ragazze, giovani donne, quelle maggiormente prese di mira. Si stima che vengano uccise circa 300 donne all’anno e ne scompaiano 400. I dati non sono certi, alcune scompaiono nel nulla, di altre neanche viene denunciata la sparizione. Nel deserto ci sono centinaia di tombe senza nome. Spoglie, nessun fiore, solo terra sopra ad esse. Non a caso Ciudad Juárez è soprannominata “la città dove muoiono le donne”. Croci rosa affollano le strade, vengono brandite alle proteste: sono il simbolo delle donne morte per mano degli uomini.

Le maquiladoras
Uno dei problemi è l’alto tasso di disoccupazione, che spinge gli abitanti della città ad accettare lavori e condizioni di lavoro pessime. Molte delle vittime sono dipendenti delle maquiladoras, fabbriche situate in zone industriali della città. Luoghi protagonisti di sfruttamento e violazione dei diritti umani. Le lavoratrici provengono da paesi limitrofi e nella maggior parte dei casi hanno difficoltà economiche. Sole, povere e vulnerabili, sono spesso soggette a violenze.

La polizia e le donne
A gennaio 2020 è morta l’attivista Isabel Cabanillas, vittima di un altro femminicidio. Alla manifestazione organizzata in sua memoria si è alzato un inno di protesta per la presenza di un alto numero di forze armate: “Dove eravate mentre uccidevano Isabel?”

L’esercito è una presenza costante, specialmente in eventi di questo genere. È la militarizzazione della sicurezza pubblica che ha concesso all’esercito così tanto potere. Le aggressioni che portano nomi di individui appartenenti alle forze dell’ordine sono aumentate. Le violenze rimangono impunite, le donne denunciano le forze dell’ordine, ma non sono ascoltate. Altre non possono farlo perché vengono rapite e uccise prima che parlino. Abuso di potere, corruzione e impunità: ecco gli elementi che caratterizzano il modo di agire delle forze armate a Ciudad Juárez.

E il governo?
Pochi arresti, poche condanne. Per anni il governo ha mostrato indifferenza alle innumerevoli morti, se non tolleranza. All’inizio del ventunesimo secolo il CEDAW(La Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna) ha iniziato a indagare su quanto accadeva in Messico. Il governo messicano dichiarava al comitato CEDAW nel 2003 l’impegno intrapreso per migliorare la situazione. La realtà era ben diversa: le associazioni che si occupavano di tutelare i diritti delle donne lamentavano non coordinabilità tra le istituzioni federali e quelle locali. La volontà di rispettare la Convenzione non si concretizzava in politiche finalizzate al miglioramento della situazione.

Negli anni l’atteggiamento delle istituzioni è cambiato, grazie anche alle pressioni internazionali. Ma poco è veramente mutato. I nuovi politici eletti accusano i loro predecessori di non aver fatto abbastanza, promettono, ma non attuano. È un cane che si morde eternamente la coda. Intanto le donne continuano a morire.

Quante croci rosa dovranno ancora essere piantate?

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