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Mano dura della Cina contro gli uiguri, aumenta la durata delle pene

OZAN KOSE / AFP – Sostenitrice degli uiguri con mascherina personalizzata contro la Cina

Secondo Human Rights Watch, a partire dalla fine del 2016 sono state condannate oltre 250 mila persone della regione autonoma cinese “per avere continuato la loro vita e praticato la loro religione”

La Cina ha aumentato il numero di condanne a lunghe pene detentive per gli uiguri e altri cittadini musulmani nello Xinjiang a partire dalla fine del 2016, e da allora sono state condannate oltre 250 mila persone della regione autonoma cinese, nel mirino delle accuse internazionali per i sospetti di forti violazioni dei diritti umani.

In base ai documenti giudiziari pubblici analizzati da Human Rights Watch, circa sessanta di questi casi implicano che molte condanne e incarcerazioni siano avvenute senza che sia stato commesso un vero reato da parte degli imputati.

Le stesse statistiche ufficiali cinesi citate dalla Ong mostrano un forte aumento delle condanne nel 2017 (99.326, in totale, contro meno di 40mila nel 2016), cresciute ulteriormente nel 2018 (a quota 133.198) a cui non sono seguite statistiche ufficiali per l’anno successivo.

Queste condanne, spiega il rapporto di Human Rights Watch, sono distinte dalle detenzioni arbitrarie nei “centri di trasformazione vocazionale”, come li definisce la Cina, nei quali sarebbero incarcerate almeno un milione di persone, e hanno attratto meno attenzione a livello internazionale.

“Nonostante una facciata di legalità”, afferma Maya Wang, senior researcher di Hrw per la Cina, “molti di coloro che si trovano nelle prigioni dello Xinjiang sono persone ordinarie che sono condannate per avere continuato la loro vita e praticato la loro religione”.

L’aumento delle condanne deriva da pressioni sul sistema giudiziario dello Xinjiang per inasprire le pene: come risultato, prima del 2017 solo il 10,8% delle sentenze comportava pene detentive di durata superiore a cinque anni, mentre nel 2017 le condanne a oltre cinque anni di carcere sono balzate all’87%.

Lo Xinjiang è nel mirino dei sospetti di massicce violazioni dei diritti umani, e il mese scorso il dipartimento di Stato Usa aveva definito “genocidio” le pratiche messe in atto dalla Cina nella regione autonoma, attirando l’ira di Pechino, che respinge tutte le accuse e difende le proprie politiche nello Xinjiang come operazioni per contrastare il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso.

AGI

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