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Ora si indaga sulle armi italiane vendute all’Arabia Saudita

di Roberto Vivaldelli

Il boom di armi italiane vendute ai sauditi durante il governo Renzi diventa un caso internazionale oltre che giudiziario. Come riporta La Stampa, infatti, risultato indagati i vertici della Rwm Italia, ditta autorizzata dal nostro governo a vendere a Riad 20mila bombe al prezzo di 411 milioni di euro, e dell’Uama, l’autorità italiana che concede le autorizzazioni all’export di armamenti. L’indagine, condotta dalla procura di Roma, è stata avviata grazie all’esposto presentato nell’aprile 2018 dalla Rete italiana pace e disarmo, dal centro europeo per i diritti costituzionali e umani Ecchr di Berlino e dalla Ong yemenita Mwatana: anche se in un primo momento la procura aveva chiesto l’archiviazione dell’indagine, il gip l’ha rigettata e ha disposto altri sei mesi di indagine per accertare le eventuali responsabilità italiane e della Rwm. In particolare, va fatta chiarezza sull’attacco a Deir al-Hajari, nel nord-ovest dello Yemen, nella notte tra il 7 e l’8 ottobre 2016. Lo si deve, fra gli altri, alla famiglia al-Ahdal, sterminata da un bombardamento della coalizione militare guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi.

Come denuncia la Rete italiane Pace e Disarmo in un post pubblicato lo scorso 27 ottobre sul sito dell’organizzazione, “esistono ampie e affidabili prove che nella guerra nello Yemen vengano utilizzati equipaggiamenti militari prodotti in Italia, come gli aerei da combattimento Eurofighter Typhoon e Tornado (prodotti congiuntamente dal Consorzio Eurofighter, di cui Leonardo S.p.A. è uno degli azionisti) e le bombe della serie MK 80 (prodotte in particolare da RWM Italia S.p.A.), i cui resti sono stati trovati sul luogo di potenziali crimini di guerra in Yemen. Questo materiale viene esportato in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait”.

L’export di armi italiane verso Riad diventa un caso

In questo contesto, scrive sempre l’organizzazione che si batte contro l’esportazione delle armi italiane verso i Paesi del Golfo, l’11 dicembre 2019 è stata depositata una Comunicazione alla Corte Penale Internazionale da parte di ECCHR, Mwatana for Human Rights e delle loro organizzazioni partner, tra cui la Rete Italiana per il Disarmo (ora Rete Italiana Pace e Disarmo). La Comunicazione “sollevava la questione della responsabilità delle aziende italiane ed europee produttrici di armi, nonché delle autorità nazionali che rilasciano licenze di esportazione, nel conflitto yemenita. Queste organizzazioni della società civile internazionale chiedono un’indagine sulla presunta complicità dei dirigenti delle aziende in 26 attacchi aerei che hanno ucciso o ferito illegalmente civili e distrutto o danneggiato scuole, ospedali e altri luoghi protetti”.

“Gravi violazioni di diritti umani”

Infatti, in risposta alle gravi violazioni dei diritti umani commesse nello Yemen, nel luglio 2019 il Governo italiano ha sospeso fino a gennaio 2021 tutte le licenze per bombe aeree, missili e loro componenti verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Ma nonostante lo stop, denunciava in un altro post datato maggio 2020 l’organizzazione umanitaria, nei mesi scorsi “sono state rilasciate nuove autorizzazioni per quasi 200 milioni di euro e le consegne definitive certificate dalle Dogane hanno raggiunto i 190 milioni di euro” verso il regno saudita e gli Emirati (Guarda il reportage di InsideOver dallo Yemen).

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Le gravi violazioni commesse dalla coalizione a guida saudita in Yemen sono state denunciate da numerose organizzazioni internazionali. Nel 2019, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha presentato un rapporto a Ginevra mettendo in evidenza la possibilità che in Yemen si siano perpetrati “una serie di crimini di guerra”. Secondo le indagini condotte dal gruppo di esperti dell’Onu, le violazioni comprendono crimini commessi attraverso gli attacchi aerei, bombardamenti indiscriminati, uccisioni e detenzioni arbitrarie, torture e violenza sessuale. Secondo Amnesty International, dal 2015 in poi, la coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che appoggia il governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale, continua a bombardare infrastrutture civili e a compiere attacchi indiscriminati, che uccidono e feriscono centinaia di civili. Inoltre, tutte le parti in conflitto hanno soppresso la libertà d’espressione ricorrendo a detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, maltrattamenti e torture. La stessa Ong aveva avviato una campagna per chiedere di interrompere l’export di armi verso l’Arabia Saudita.

Boom di export di armi durante il governo Renzi

Come già evidenziato da InsideOver, durante il governo Renzi (22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016) l’export di armi è schizzato alle stelle, grazie proprio alle generose commesse arrivate dall’Arabia Saudita. Nel 2013, prima dell’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi, il nostro Paese aveva autorizzato l’esportazione di armi per un valore di 2,1 miliardi di euro. Nulla in confronto al periodo nel quale Renzi era in carica, dove l’export è cresciuto del 581%, toccando i 14,6 miliardi di euro, come documentato da Giorgio Beretta del’Opal di Brescia, l’osservatorio permanente sulle armi leggere. Con Renzi al governo, secondo La Stampa, Riad ha ottenuto l’autorizzazione a ricevere oltre 855 milioni di euro in armamenti contro i poco più di 170 milioni del triennio successivo.

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