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A questo mondo siamo tutti un pò Magi.

di Maria Luigia Alimena

La mattina dell’Epifania mio suocero si vestiva a festa e andava in giro per il paese a fare gli Auguri di buona Pasqua.

Lo trovavo al quanto strano, ma interessandomi al motivo che sicuramente proveniva dalla tradizione, ho poi scoperto che nell’omelia della celebrazione il sacerdote annuncia la Pasqua.

L’Epifania ha in sé la sintesi delle feste cristiane.

La celebrazione della nascita e del mistero della vita. La prima Pasqua di luce.

Una rinascita morale che si concretizza dinanzi alla nascita di un bambino a cui fa omaggio l’umanità intera nelle vesti dei Re Magi.

Non a caso si tratta di tre personaggi che vengono da lontano, che affrontano un viaggio estenuante, con colori e culture diverse che manifestano nei loro doni, simbolo delle ricchezze e peculiarità delle loro origini.

Un’ allegoria non solo religiosa.

A questo mondo siamo tutti un pò Magi.

Ciascuno porta in dono all’umanità la peculiarità di essere, da aggiungere all’altro.

Ma cosa siamo davvero in grado di dare oggi?

In un mondo in cui, dinanzi alla prima nata dopo la mezzanotte di un capodanno agognato, atteso, per poter chiudere con un tempo che ci ha portato dolore, isolamento, perdita, reagiamo accogliendola, anziché con la meraviglia del mistero della vita, con il rifiuto?

È nera Graetar.

La prima nata all’ospedale di Genova di questo 2021.

È nera come il carbone di una umanità che non sa più scaldarsi delle sue diversità.

Appartiene a chi?

Al Senegal da cui i genitori arrivano? All’ Italia che suo malgrado li ha accolti? Alla Liguria patria di cantautori anticonformisti? A Genova di via Del Campo?

O semplicemente appartiene all’umanità?

Greater è la nascita dinanzi alla quale non sappiamo più meravigliarci, ma solo chiederci come dobbiamo considerarla.

Siamo diventati bravi nell’etichettare e catalogare le persone secondo il colore, le misure, i gusti, il credo e la provenienza. Come si fa con il cibo, i cellulari ed i vestiti.

Un popolo di razzisti che veste da Bata le cui scarpe provengono dal Vietnam, compra dai “cinesi”, usa i cellulari con le batterie al coltan del Burkina Faso, imita il shushi giapponese e si abbuffa di Nutella con le nocciole della Turchia.

E sapete una cosa?

Dentro molte cose che usiamo, dentro molte cose che divoriamo insaziabilmente, c’è il lavoro, il sudore, di un bambino sfruttato che ha le stesse sfumature di Greater.

Accogliere Greater con la meraviglia di una nuova nascita senza interrogarci troppo sulla sua nazionalità per diritto o per sangue, o per sfumature della pelle, ci sarebbe costato effettivamente troppo; riconoscersi piccoli e diversi, avrebbe comportato il vestirsi a festa portando la buona novella di una Pasqua che invece possiamo augurarci con il solo sforzo di cambiare numero sul calendario.

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