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Decapitazioni in piazza, attivisti frustati, civili bombardati: ecco l’Arabia Saudita di Renzi “culla del Rinascimento”

di Lara Tomasetta

Qualche giorno fa, il leader di Italia Viva Matteo Renzi è volato in Arabia Saudita, dove ha partecipato al panel “Il Futuro di Riad”, della Future Investement Initiative, l’iniziativa rinominata la ‘Davos del deserto’. Un vertice internazionale organizzato a partire dal 2017 dal principe erede saudita Mohammed bin Salman per attrarre investimenti stranieri nel Golfo. Il dialogo tra lui e Renzi è stato trasmesso in video nella seconda e ultima giornata della conferenza, a cui hanno partecipato 150 relatori, tra cui David Solomon, ceo di Goldman Sachs, Stephen Schwarzman, direttore del fondo di investimento Blackstone e Larry Fink, ceo della società americana Blackrock.

Renzi nel suo intervento ha sostenuto che “l’Arabia Saudita è il luogo del nuovo Rinascimento”. Un Rinascimento che somiglia molto a un Medioevo. Tornando indietro nel tempo, ma neanche troppo, si può capire come stiano davvero le cose nel Paese. Sei anni fa, il 9 gennaio 2015, Raif Badawi, blogger, attivista e fondatore del sito “Liberali sauditi”, riceveva le prime 50 frustate di una pena che ne prevedeva ben mille. Tutto accadeva nella pubblica piazza di fronte alla moschea al Jafali, Gedda era piena di gente. Il blogger era stato condannato per dei semplici post pubblicati sui social, accusati di “offendere l’Islam”. Raif Badawi è tuttora in carcere.

L’ipocrisia sull’emancipazione femminile

Il 28 dicembre scorso, l’attivista saudita per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul è stata condannata a cinque anni e otto mesi di carcere, al termine di un processo iniquo celebrato dal Tribunale penale speciale, che si occupa di casi di terrorismo. Loujain è stata giudicata colpevole di “spionaggio per potenze straniere” e “cospirazione contro il regno” saudita, solo per aver promosso i diritti delle donne e aver chiesto e ottenuto la fine del sistema del guardiano maschile, deputato a presiedere su ogni aspetto della vita delle donne della sua famiglia.

Loujain è in carcere in Arabia Saudita solo perché è stata tra le prime donne a mettersi alla guida di un’automobile. Insieme ad altre difensore dei diritti umani, Loujain stava conducendo una campagna pacifica per il diritto alla guida, per porre fine al sistema di tutela maschile e per la giustizia e l’uguaglianza delle donne in Arabia Saudita. Tre mesi dopo il suo arresto, altre donne difensore dei diritti umani sono state arrestate.

L’inganno del G20

A novembre 2020, l’Arabia Saudita ha ospitato il vertice del gruppo G20. Assumendone la presidenza, le autorità saudite hanno pubblicizzato tutta una serie di iniziative sulle opportunità di lavoro per le donne e hanno dichiarato che l’agenda del vertice è “fortemente orientata” verso l’emancipazione delle donne e delle ragazze. Tutto ciò, nonostante il fatto che le attiviste che hanno promosso le campagne per i diritti delle donne soffrano in carcere o siano sotto processo.

Oltre Loujain al-Hathloul, ci sono Nassima al-SadaSamar BadawiMaya’a al-Zahrani Nouf Abdulaziz che hanno condotto campagne per i diritti delle donne, tra cui quelle per il diritto alla guida e per la fine del repressivo sistema di tutela maschile. E mentre l’Arabia Saudita si serve delle recenti riforme come l’allentamento delle restrizioni sociali e l’aver svincolato il sistema di tutela maschile dall’approvazione del tribunale per farsi pubblicità, le attiviste per i diritti delle donne restano in carcere.

Pena di morte

Nel 2019 in Arabia Saudita si è registrato un numero record di esecuzioni, nonostante le cifre in calo a livello mondiale. In quell’anno sono state effettuate ben 184 condanne a morte – sei donne e 178 uomini – la cifra più alta mai registrato dall’ong Amnesty International nel paese durante un solo anno. Tra queste poco più della metà erano cittadini stranieri. Nel 2018 si sono registrate 149 esecuzioni. Solo nel 2020 c’è stata un’inversione di tendenza: le condanne a morte eseguite sono state 27, l’85% in meno del 2019. Secondo l’organizzazione non governativa Reprieve ci sono ancora 80 persone a rischio di essere condannate a morte in Arabia Saudita e molti sono attivisti per i diritti umani a cui non sono stati garantiti processi equi.

La maggior parte delle esecuzioni sono per crimini legati agli stupefacenti e omicidio. Amnesty International ha però documentato un maggiore ricorso alla pena di morte come arma politica contro i dissidenti appartenenti alla minoranza musulmana sciita. Il 23 aprile 2019, si è tenuta un’esecuzione di massa di 37 persone, di cui 32 uomini sciiti condannati per “terrorismo” dopo processi basati su “confessioni” ottenute sotto tortura. Una delle persone messe a morte il 23 aprile era Hussein al-Mossalem, che mentre era detenuto in isolamento aveva subito ferite multiple incluso il naso rotto, una frattura alla clavicola e a una gamba, ed è stato anche picchiato con manganelli elettrici oltre ad aver subito altre forme di tortura.

“La pena di morte viene eseguita normalmente con decapitazione in pubblica piazza ed è prevista per molti reati”, spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Alcuni dei quali sono mascherati da terrorismo, ma riguardano attività del tutto lecite. Nonostante una recente decisione di non mettere a morte minorenni al momento del reato, ce ne sono almeno tre condannati per terrorismo per aver preso parte a delle manifestazioni”.

Jamal Kashoggi

Mohammed bin Salman è l’erede al trono dell’Arabia Saudita, su cui siede attualmente il re Salman bin Abdulaziz Al Saud. MBS, com’è conosciuto colloquialmente, è ministro della Difesa dal 2015 e dal 2017 è principe ereditario nonché vice primo ministro. È lui la mente di Saudi Vision 2030, una serie di riforme che hanno come obiettivo quello di ristrutturare e rendere sostenibile il sistema economico del Paese. L’obiettivo è quello di renderlo meno dipendente dalle esportazioni petrolifere.

Per fare ciò, il principe erede saudita ha anche stretto accordi con gli organizzatori di grandi eventi internazionali (come la Dakar, la gara off-road più importante al mondo) e con la stessa Lega Serie A di calcio, che ha organizzato due edizioni della Supercoppa Italiana in terra saudita. La prima si è giocata a Jeddah nel gennaio 2019, la seconda a Riad nel dicembre dello stesso anno.

Il principe ereditario al trono Mohammed Bin Salman vuole modificare l’immagine del suo Paese come bastione dell’ultraconservatorismo, dove c’è poco se non nessuno spazio per la libertà di espressione e la difesa dei diritti umani.

Sul rispetto delle libertà civili e del dissenso, l’era Trump è stata un salvacondotto per bin Salman. L’omicidio nel 2018 di uno dei principali dissidenti sauditi all’estero, il giornalista Jamal Khashoggi – secondo la Cia e l’Onu l’assassinio è stato ordinato dal principe ereditario – ha suscitato una ondata di indignazione internazionale e ha affossato l’immagine di Bin Salman come giovane principe riformatore. Trump non aveva reagito al clamore internazionale. In un’intervista con il giornalista Bob Woodward aveva anche ammesso di aver in qualche modo protetto Bin Salman sul caso Khashoggi.

Il principe saudita è accusato invece di avere un ruolo determinante nell’assassinio di Jamal Kashoggi, giornalista noto per le sue posizioni contrarie a quello del principe ereditario. Kashoggi è morto ad Istanbul, in circostanze poco chiare, nell’ottobre 2018. Bin Salman è anche accusato inoltre di essere il mandante delle minacce nei confronti di Saad Al-Jabri, ex consigliere del Regno che dal 2017 è in esilio in Canada.

Proprio con il Canada, il Paese Saudita ha interrotto ogni tipo di relazione diplomatica nel 2018. Una decisione presa a seguito delle critiche espresse dalla ministra degli Esteri Chrystia Freeland sugli arresti degli attivisti Samar e Raif Badawi.

La guerra in Yemen

L’Arabia Saudita da anni è coinvolta in veste di una delle maggiori potenze nella guerra civile in corso da cinque anni in Yemen. Con lei, anche l’Iran a giocare un ruolo determinante nel conflitto. Il blocco del rifornimento di medicinali che periodicamente si verifica ha portato 7 milioni di yemeniti alla morte con un’epidemia di colera che nel 2017 ha provocato 2.000 morti. La guerra civile nello Yemen ha causato oltre 230 mila vittime e una catastrofe umanitaria che coinvolge 22 milioni di persone.

Tpi

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